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Medico Fisiatra, Medico Ayurvedico diplomato c/o Ayurvedic Point (Corso di Master quadriennale in Medicina Ayurvedica), insegnante di Yoga, oli essenziali

lunedì 9 novembre 2020

ALIMETAZIONE AYURVEDICA: I SEI SAPORI

 


La medicina ayurvedica dà molta importante all’alimentazione per il mantenimento della salute. Nel testo tradizionale Caraka Saṃhitā troviamo scritto:

“Il cibo sostiene la vita degli esseri viventi. Tutti gli esseri viventi nell’universo richiedono cibo. Carnagione, chiarezza, bella voce, longevità, genialità, felicità, soddisfazione, nutrimento, forza ed intelletto, sono tutti condizionati dal cibo.” – C. S. Sūtrasthāna 27, 349

Quindi il cibo non rappresenta solo una necessità per sostenere la fisiologia del corpo, ma è fondamentale anche per la salute a 360 gradi anche in senso mentale ed emozionale.

In generale non esiste una dieta adatta a chiunque, la dieta ideale dipende dalla costituzione, età, attività giornaliera, eventuali patologie. La cosa fondamentale per approcciarsi in modo corretto all’alimentazione è la consapevolezza, ascoltare in profondità il nostro corpo per comprendere cosa ci fa bene e cosa no (attenzione il nostro corpo, non la nostra mente che ci inganna), vivere in armonia con l’ambiente e quindi scegliere alimenti di stagione e il meno processati possibile, osservare il cibo per comprenderne la natura.

È inoltre molto importante come si mangia (abbiamo già parlato in un altro post di questo argomenti) e in che condizioni è il nostro potere digestivo.

Uno dei concetti chiave per capire l’alimentazione ayurvedica è il concetto di Rasa (sapore), essi ci aiutano per scegliere l’alimentazione adeguata e combinare i vari alimenti. i sapori derivano dalle varie combinazioni dei cinque elementi che sono presenti in ogni cosa.



I sapori sono percepiti attraverso il senso del gusto quando il cibo viene a contatto con la lingua; essi sono sei:

MADHURA (DOLCE): terra + acqua.

Non si tratta propriamente del sapore dolce come quello che intendiamo noi (lo zucchero e i dolci tanto per intenderci), ma il sapore dolce riguarda tutti quegli alimenti che nutrono il corpo, che danno struttura accrescono i tessuti corporei. Il sapore dolce favorisce la crescita, dono calma e stabilità, ma attenzione in eccesso potrà causare diabete, obesità, problematiche cardiache, sonnolenza, pigrizia e rallentamento della digestione. Le qualità del sapore dolce sono pesantezza, untuosità, umidità e freddezza; a causa di queste qualità opposte a quelle del fuoco digestivo un eccesso di sapore dolce andrà a rallentare la digestione. Aumenta Kapha e tende a ridurre Vata e Pitta. I principali cibi caratterizzati dal sapore dolce sono: pasta, grano, riso, cereali, latte, burro, legumi, frutta e ovviamente anche miele e zucchero.

AMLA (ACIDO): terra + fuoco.

Il sapore acido è uno stimolante di appetito e digestione aumentando il fuoco digestivo favorendo assimilazione ed evacuazione (grazie all’elemento fuoco), inoltre nutre e dona energia al corpo (grazie all’elemento terra). Le sue qualità sono caldo, untuosità, leggerezza. Aumenta Pitta e Kapha e riduce Vata. Esempi di cibi con sapore acido sono: frutta acida, yogurt, aceto, pomodori.

LAVANA (SALATO): acqua + fuoco.

Anche il sapore salato accende il fuoco digestivo e aumenta l’appetito grazie all’elemento fuoco. L’eccesso di sapore salato può andare però a provocare irritazioni, prurito e gonfiore. Le principali qualità del salato sono pesantezza, calore e umidità. Aumenta Pitta e Kapha e pacifica Vata. Il sapore salato lo troviamo nel sale marino, e nel salgemma.

KATU (PICCANTE): aria + fuoco.

Il piccante accende il fuoco digestivo (come facilmente intuibile dalla preponderanza dell’elemento fuoco), è il sapore più stimolante per la digestione. Possiede le qualità di leggerezza, secchezza e calore. È anche un purificante (aumenta le secrezioni nasali, diminuisce il gonfiore, agisce favorevolmente in caso di parassiti intestinali). Ma attenzione, in eccesso porta a disidratazione, irritazioni e irritabilità. I cibi che contengono maggiormente questo sapore sono: pepe, peperoncini vari, aglio, cipolla, zenzero, tutte le spezie piccanti e ravanelli.

TIKTA (AMARO): aria + etere

Il sapore amaro ha proprietà purificanti, diminuisce la ritenzione idrica, è tonico per il fegato e stimola la digestione. Aiuta anche nel caso di parassiti e vermi. In eccesso disidrata. Le sue qualità sono freddezza, leggerezza e secchezza. I cibi in cui è più presente il sapore amaro sono le erbe spontanee come il tarassaco e la cicoria, la curcuma, il fieno greco, il rabarbaro. Aumenta Vata e riduce Kapha e Pitta.

KAĀYA (ASTRINGENTE): aria + terra

Il sapore stringente è secco, freddo e leggermente pesante. Per capirci l’astringente è quella sensazione di “allappamento” quando mangiamo un frutto non ben maturo. L’astringente ha proprietà antinfiammatorie, purificanti e disidratanti. Lo troviamo come sapore secondario in alimenti come: patate, the, cavolo cappuccio e cavoletti di Bruxelles, melograno, frutta acerba (per esempio cachi e banane).

Una dieta equilibrata dovrebbe contenere tutti questi sapori nella giusta proporzione; infatti, Caraka ci dice:

“Questi sei sapori se impiegati nella giusta dose e nel modo appropriato, da soli o in combinazione, sono di sostegno per tutte le creature, ma se impiegati diversamente sono di detrimento. Il saggio li impiegherà nella giusta dose e nel modo corretto per derivarne beneficio” – Caraka Saṃhitā Sūtrasthāna 26, 44

BIBLIOGRAFIA 

  • "La saggezza del cibo" di Barbara Bergnach e Valter Ravasi
  • "La cucina ayurvedica" di A. Morningstar e U. Desai
  • "Āyurveda" di F. J. Ninivaggi
  • https://healthyayurveda.com/

Gli otto passi di Patañjali: ĀSANA e PRĀṆĀYĀMA

 


Il terzo passo dello yoga è l’āsana o posizione.

“L’āsana è perfetta stabilità del corpo, costanza dell’intelligenza e buona disposizione dello spirito” – Yoga Sūtra II, 46

Un āsana (posizione yoga) dovrebbe idealmente essere eseguita con stabilità del corpo e buona diposizione della mente presente nel momento. Praticando āsana corpo e mente si tonificano e armonizzano in modo da arrivare a mantenere le posizioni anche a lungo con corpo stabile e mente centrata e serena.

“La perfezione nell’āsana si raggiunge quando lo sforzo per eseguirlo diventa senza sforzo e l’essere infinito dentro di noi viene raggiunto” – Yoga Sūtra II, 47

Quindi corpo fermo, stabile e allo stesso tempo rilassato costituiscono lo stato perfetto dell’āsana. Gli asana portano fermezza, forza, elasticità e salute al corpo ma non solo, le stesse qualità vengono sviluppate anche nella mente. Anche la mente come il corpo viene allenata e disciplinata.

Gli āsana devono essere praticati con disciplina, non violenza nei confronti del nostro corpo (non cercare a tutti i costi di raggiungere una certa posizione a costo di farci male ma progredire per gradi; non è il riuscire a stare a testa in giù per dieci minuti al giorno che farà di noi un buon praticante yoga ma seguire con costanza e dedizione la via dello yoga). È importante prenderci cura di mente e corpo con gli āsana anche per prepararci ai passi successivi come la meditazione.


Il quarto passo dello Yoga secondo Patañjali è il Prāṇāyāma.

“Il Prāṇāyāma è la regolazione del flusso del respiro che entra ed esce con la sospensione. Deve essere praticato solo dopo che si è raggiunta la perfezione negli āsana” – Yoga Sūtra II, 49

La parola prāa ha diversi significati: fiato, respirazione, vita, vitalità, vento, energia o anche forza. Āyāma significa lunghezza, espansione, stiramento o controllo. Prāṇāyāma quindi significa e stensione e controllo del respiro; è la scienza del respiro. Questo controllo inizia nell’osservazione del respiro e in particolare nell’osservare le varie fasi del respiro: inspirazione, pausa a polmoni pieni, espirazione e pausa a polmoni vuoti.

Secondo Patañjali il praticante yoga non potrà padroneggiare e beneficiare appieno del Prāṇāyāma se prima non avrà acquisito dimestichezza con gli āsana.

Le emozioni influiscono sulla qualità del respiro, un buon controllo del respiro calma la mente, i pensieri e le emozioni. Lo stato della mente influenza respiro. Se la mente è agitata il respiro diventa più corto e superficiale; se la mente è tranquilla il respiro diventa più lungo e profondo. La pratica quotidiana del Prāṇāyāma inverte il processo e che ha un cambiamento del respiro corrisponde un cambiamento della mente. Il velo che ricopre la mente viene scostato a poco a poco con il conseguente aumento della chiarezza. La mente diventa pronta per la meditazione. Il Prāṇāyāma è prima di tutto consapevolezza del respiro, sono più consapevole di respirare sono consapevole della mia inspirazione e della mia espirazione e delle pause che avvengono naturalmente tra le due fasi. Il Prāṇāyāma è quindi utilissimo per mantenere la mente vigile perché i processi che stiamo osservando sono molto sottili. Il vero scopo delle varie tecniche e delle diverse lunghezze del respiro è quello di offrirci modalità diverse per seguire il respiro.

BIBLIOGRAFIA

  • “Commento agli Yoga Sūtra di Patañjali” di B. K. S. Iyengar
  • “Teoria e pratica dello yoga” di B. K. S. Iyengar

venerdì 6 novembre 2020

IL DINACHARYA: LA ROUTINE QUOTIDIANA SECONDO L'ĀYURVEDA

 


Il termine Dinacharya in Āyurveda indica la routine quotidiana da avere mantenerci in salute e in equilibrio. La parola Dinacharya è composta da due parole: “dina” che vuol dire giorno e “carya” che significa comportamento; quindi, Dinacharya è il comportamento ideale da tenere durante il giorno per mantenere uno stato di benessere.

Nei testi classici di Āyurveda Caraka, Suśruta e Vāgbhaṭa parlano di Dinacharya. L’Āyurveda ci consiglia di vivere in armonia con l’energia della natura che ci circonda, con l’energia solare, quindi anche le regole del Dinacharya seguiranno i ritmi della natura.

RISVEGLIO

Idealmente il risveglio dovrebbe avvenire tra le 3 e le 6 del mattino, secondo l’Āyurveda le ore adatte per ottenere il massimo dall’energia della giornata nascente. Appena svegli dovremmo rimanere qualche momento a letto per prendere consapevolezza di come ci sentiamo, ringraziare per la nuova giornata e iniziare con consapevolezza tutte le attività quotidiane.

  • Espletare le funzioni corporali.
  • Pulirsi denti e lingua, trattenere in bocca un olio (sesamo o cocco) per almeno 5 minuti (10 ancora meglio) per nutrire il cavo orale e poi sputarlo.

Pulizia della lingua con nettalingua

  • Lo Yoga poi prevede anche la pulizia delle narici con Jāla Neti e il successivo massaggio all’interno delle narici di un olio (olio di sesamo o Anu Taila, uno specifico olio erbalizzato ayurvedico per le narici).

Pulizia delle narici con Jāla Neti

  • Si passa quindi all’oleazione di testa e collo con olio di sesamo o un olio erbalizzato specifico per la nostra costituzione o il nostro squilibrio del momento.
  • A questo punto possiamo fare bagno o doccia con acqua calda per eliminare l’olio in eccesso (sulla testa meglio acqua non troppo calda.
  • Si passa poi a fare un po’ di esercizio fisico, ideale può essere una pratica Yoga associata a tecniche di respirazione e meditazione.
  • Bere un bicchiere di acqua e tiepida e procedere con la consueta colazione.

PRANZO

L’ora ideale per il pranzo sarebbe tra le 12 e le 14, ore in cui Pitta (potere digestivo) è massimo. È estremamente importante mangiare con consapevolezza, attenzione a quello che stiamo facendo in un ambiente sereno senza distrazioni; mangiare guardando la televisione, ascoltando la radio, un podcast o un video su Youtube (non ho citato cose a caso ma cose che io facevo per “risparmiare tempo” e “prendere due piccioni con una fava”) non ci fa mantenere l’attenzione al cibo e rischiamo di perdere messaggi molto importanti che il nostro corpo ci manda come il senso di sazietà o di quali cibi abbiamo bisogno.

Dopo aver mangiato sarebbe opportuno fare un piccolissima attività fisica, in particolare l’Āyurveda raccomanda 100 passi (sono davvero pochi, non ci portano via molto tempo).

In generale meglio evitare di dormire dopo pranzo, anche se l’Āyurveda ammette alcune eccezioni a questa regola per anziani, bambini e persone malate.

GIORNATA LAVORATIVA

Cercare di svolgere al meglio la propria mansione lavorativa, con presenza, consapevolezza.

FINE DELLA GIORNATA LAVORATIVA E CENA

Alla fine della giornata di lavoro sarebbe ideale dedicarsi, anche per poco tempo, ad attività che vadano a placare stress ed eventuali tensioni che si sono create (meditazione, mindfulness, prativa Yoga rilassante, respirazioni rilassanti); non servono pratiche di ore e ore, 10- minuti ma fatti bene con presenza e consapevolezza ci faranno sicuramente bene e ci aiuteranno anche a vivere la serata in famiglia con maggiore serenità senza portarci appresso le tensioni della giornata.

Una cena tra le 18.30 e le 19.30 sarebbe ideale, con cibo leggero e digeribile, magari seguita da una breve passeggiata.

RIPOSO NOTTURNO



L’ora migliore per coricarci è tra le 22 e le 22.30, è il momento della giornata in cui le funzioni corporee rallentano naturalmente; prima di andare a letto è bene evitare quelle attività che possono attivare i nostri sensi (leggere qualcosa di impegnativo, usare il cellulare o guardare la tv). Per conciliare ancora di più il sonno potremmo farci prima di andare a dormire un massaggio ai piedi con un po’ olio tiepido. Avere un buon sonno è fondamentale per un successiva giornata produttiva e un buon benessere generale.



Ovviamente per lo stile di vita che seguiamo qui in Occidente fare tutte queste cose per la maggior parte dei casi è un’operazione molto difficile e indaginosa (penso soprattutto alle cose da fare la mattina prima di partire con l’attività lavorativa); l’importante è iniziare a introdurre gradualmente via via la maggior parte di queste buone abitudini e magari nei giorni liberi o di vacanza provare anche a tenerle tutte. Dalle mie parti si dice “piutost che nient, l'è mei piutost” (piuttosto che niente è meglio piuttosto), sembra un detto facilone e approssimativo ma secondo me in alcuni ambiti è molto vero; spesso con la scusa che non riusciamo a seguire tutte le regole di un determinato stile di vita le abbandoniamo completamente tutte, invece anche se riuscissimo a mantenerne anche solo alcune ne trarremmo comunque beneficio e magari arriveremmo ad introdurne sempre di più.

L’ultima cosa che mi sento di sottolineare riguardo al Dinacharya è che la cosa fondamentale che queste regole comportamentali ci insegnano è mantenere consapevolezza e presenza mentale in tutte le attività della giornata; vivere consapevolmente è secondo me basilare, fondamentale non soltanto per il nostro benessere ma anche per quello di tutto ciò che ci circonda.

Buona giornata consapevole a tutti!

A presto…





mercoledì 4 novembre 2020

Gli otto passi di Patañjali: i Nyama

 


“La pulizia, l’accontentarsi, il fervore religioso, lo studio del sé e l’arrendersi al Sé Supremo o Dio sono i Nyama” – Yoga Sūtra II, 32

Nyama sono le pratiche individuali necessarie al praticante per edificare il proprio carattere; il fondamento per seguire questi principi è l’autodisciplina. Sono regole di condotta che individuale.  Essi sono:

  • ŚAUCHA (pulizia) – la pulizia innanzitutto del corpo è fondamentale per il benessere e per essere in una condizione ottimale per la ricerca e la crescita spirituale. Il lavarsi purifica il corpo a livello esteriore, Āsana (posizioni yoga) e Prāāyāma (respirazioni yogiche) lo purificano internamente e fisiologicamente. Il Prāṇāyāma infatti pulisce i polmoni, ossigena il sangue e agisce anche favorevolmente sulla mente. Prāṇāyāma e pratiche meditative puliscono la mente.
“Quando il corpo è pulito, la mente è purificata e i sensi controllati, arriva anche la gioiosa consapevolezza necessaria per realizzare il sé interiore” – Yoga Sūtra II, 41
  • SANTOA (virtù dell’essere appagato) – Un praticante che non sente mancanza delle cose, che si sente appagato da quello che ha è un praticante felice e che vive in tranquillità. Renderci conto che abbiamo tutto quello che ci è necessario e non desiderare in modo compulsivo di avere il superfluo evita di generare sofferenza inutile.
“La felicità suprema ha origine dall’appagamento e dalla benevolenza della coscienza” – Yoga Sūtra II, 42
  • TAPAS (autodisciplina) – Tapas indica l’ardore nel fare qualcosa per raggiungere un obiettivo; infatti, la parola Tapas deriva dalla radice “-tap” che significa divampare, bruciare. Tapas può essere di tre tipi: riferita al corpo (esempi sono la moderazione e la non violenza), alla parola (far conoscere la verità, non parlare male degli altri, non offendere o parlare in modo violento) o alla mente (sviluppare modi di pensare che ci mantengano tranquilli ed equilibrati). Con tapas si lavora senza egoismo per sviluppare forza nel corpo e nella mente.
“L’autodisciplina brucia tutte le impurità e accende la scintilla della divinità” – Yoga Sūtra II, 43
  • SVĀDHYĀYA (studio del sé) – Svādhyāya comprende lo studio dei testi classici tradizionali di Yoga per comprendere la propria natura e la natura della propria anima.
“Lo studio del sé porta alla realizzazione di Dio e alla comunione con la divinità desiderata” Yoga Sūtra II, 44
  • ĪŚVARA PRAIDHĀNA (arrendevolezza al divino) – Arrenderci con fiducia a “qualcosa di più grande”; sviluppare devozione verso qualcosa di più grande di noi che permea tutto (qualsiasi sia la divinità in cui crediamo). Dedicare tutte le proprie azioni al divino libera dall’aspettativa e dall’ego. Ma non solo, riconoscere il divino in tutte le altre creature porta il praticante Yoga e trattare sé stesso, tuti gli esseri viventi e tutto ciò che ci circonda con estremo rispetto.
“L’arrendersi a Dio porta alla perfezione del Samādhi” – Yoga Sūtra II, 45

BIBLIOGRAFIA

  • “Commento agli Yoga Sūtra di Patañjali” di B. K. S. Iyengar
  • “Teoria e pratica dello yoga” di B. K. S. Iyengar

venerdì 30 ottobre 2020

Gli otto passi di Patañjali: gli Yama

 

Gli Yama sono pratiche sociali universali.

“Non violenza, veridicità, onestà continenza e assenza di avidità per i beni materiali al di là delle proprie necessità sono i cinque pilastri degli Yama” – Yoga Sūtra II, 30

“Gli Yama sono i grandi voti, potenti e universali, non condizionati da luogo, tempo e classe” – Yoga Sūtra II, 31

Gli Yama dovrebbero formare il contesto di regole su cui basare una società, una sorta di comandamenti; ci permettono di vivere nella società essendo praticanti di Yoga.

Gli Yama sono 5:

  • AHI (non violenza, non far del male, non interferenza). Questo precetto va al di là del semplice non uccidere, magari dell’essere vegetariani per evitare che un essere vivente venga ucciso per fornirci del cibo. Il praticante di Yoga crede che tutti gli esseri viventi siano interconnessi, quindi una volta che siamo profondamente convinti di questa cosa è inevitabile cercare di non fare del male ad alcun essere vivente. Una violenza alla quale spesso non pensiamo è quella che ci autoinfliggiamo inconsapevolmente; mangiare cibo spazzatura, raggiungere livelli di stress tali da ammalarci, non prenderci cura del nostro corpo, della nostra mente e della nostra anima sono tutte forme di violenza nei nostri confronti. Per essere amorevoli e non violenti verso le altre creature dobbiamo innanzitutto esserlo verso noi stessi. Strettamente collegati ad ahisā ci sono i concetti di libertà dalla paura (la paura genera infatti violenza) e libertà dalla collera.

“Quando la non violenza in parole, pensieri e azioni è resa stabile, l’uomo abbandona la sua natura aggressiva e gli altri cessano di essere ostili in sua presenza. – Yoga Sūtra II, 35

  • SATYA (verità). Sincerità di pensiero, parola e azione. Anche qui la verità va intesa in senso ampio: parlare in modo “vero” (ma anche sempre senza violenza), pensare in modo vero (non raccontarsi storie non vere, cercare di vedere le cose per quello che sono veramente e non per quello che la nostra mente crede di vedere), verità nel modo di comportarsi (agire in linea con le nostre verità, con quello in cui crediamo veramente).
  • ASTEYA (non rubare). Oltre al semplice “non rubare” asteya include anche il non essere invidiosi degli averi altri, non utilizzare qualcosa per uno scopo diverso da quello previsto.
  • BRAHMACHARYA (continenza). Il termine brahmacharya è spesso interpretato come castità. Nella tradizione yogica il brahmachārī è un uomo che completamente assorbito dallo studio dei testi sacri. Questo non vuol dire che chi pratica e studia yoga debba essere celibe e vivere in castità; l’energia sessuale è una delle espressioni della forza vitale, quindi brahmacharya significa usare in modo saggio le nostre energie, le nostre forze sia fisiche che mentali per l’evoluzione spirituale.
  • APARIGRAHA (libertà dall’avarizia, assenza di cupidigia). Aparigraha significa radunare o accumulare; quindi vivere senza averi superflui e senza avidità. Ma non solo, aparigraha è anche non attaccamento al proprio pensiero, significa non avere rigidità mentale.

Ovviamente siamo esseri umani, non siamo perfetti, quindi per essere dei praticanti yoga non dobbiamo essere perfetti in tutti questi principi; l’importante è fare del nostro meglio per comportarci secondo questi precetti. Quando sbagliamo riconoscere l’errore e ripartire da lì per migliorarci lungo il cammino dello yoga.

BIBLIOGRAFIA

  • “Commento agli Yoga Sūtra di Patañjali” di B. K. S. Iyengar
  • “Teoria e pratica dello yoga” di B. K. S. Iyengar


giovedì 29 ottobre 2020

OLIO ESSENZIALE DI VETIVER

 


Il Vetiver è una pianta erbacea che raggiunge i 2 metri di altezza originaria dell’India tropicale; il Vetiver ha radici che si sviluppano molto in profondità, infatti viene anche usata per consolidare il terreno. Il Vetiver possiede un aroma ricco, esotico e complesso che è molto usato in profumeria.



Come tutte le radici l’olio essenziale di Vetiver ha un effetto calmante e stabilizzante sulle emozioni, allevia il nervosismo, è calmante e rasserenante. Ci aiuta a ritrovare il nostro centro quando l’ansia e lo stress ci fanno sentire dispersi. Il Vetiver facilita la concentrazione e la chiarezza mentale. 

Può essere utile per favorire un buon riposo notturno diffuso in camera da letto da solo o in sinergia con altri oli essenziali (per esempio a me piace molto con il bergamotto) o massaggiato sui piedi prima di andare a dormire diluito in un olio vettore (per es. mandorle, cocco ecc..).

L’olio essenziale di Vetiver può anche favorire la circolazione, per questo può essere massaggiato sulle gambe dopo averlo diluito in un olio base o aggiunto all’acqua del bagno (sempre prima diluito in olio vettore o in sale marino o Sali Epsom).

MODO DI UTILIZZO

  • Aromaterapia: Da tre a quattro gocce in un diffusore. Si armonizza bene con: tutti gli agrumi, sandalo, rosa, geranio, ylang ylang, lavanda, patchouli, neroli, cardamomo e salvia sclarea.
  • Uso Topico: Applicare da 1 a 2 gocce nella zona desiderata puro o diluito con olio vettore (per es. mandorle, cocco, jojoba). L’olio essenziale di Vetiver ha un profumo molto intenso per cui secondo me diluito in un olio base non profumato lo rende più piacevole e fa anche in modo che possiamo applicarlo su una superficie maggiore di pelle rispetto all’applicazione puro. Si può usare come olio da massaggio per stimolare la circolazione e calmare le emozioni.

L’olio essenziale di Vetiver è molto denso, per cui dobbiamo avere molta pazienza per fare uscire da goccia dal contagocce (è un utile allenamento per la nostra pazienza); in alternativa possiamo utilizzare una pipetta contagocce per prelevarlo dalla boccetta.


AVVERTENZE

Possibile sensibilità cutanea. Tenere lontano dalla portata dei bambini. In caso di gravidanza, allattamento o problema di salute, consultare il proprio medico. Evitare il contatto con gli occhi, l’interno delle orecchie e le zone sensibili.

*Questo post non è destinato a diagnosticare, trattare, curare o prevenire alcuna malattia. Se assumete dei farmaci o soffrite di qualche patologia chiedete sempre al vostro medico prima di assumere internamente gli oli essenziali.

mercoledì 28 ottobre 2020

YOGA: solo attività fisica o anche altro?

 


Nel mondo occidentale lo Yoga è sempre più visto come un’attività fisica di moda, cool, proposto da palestre, influencer e personaggi famosi. Lo Yoga viene presentato come un’attività prettamente fisica per dimagrire, scolpire, migliorare postura e mal di schiena o togliere lo stress della vita quotidiana sedentaria. Certo lo Yoga è anche tutto questo ma è decisamente molto di più altrimenti rischia di essere per pochi belli, magri ed elastici che riescono a fare posizioni quasi circensi e fotogeniche. 

Alla parola Yoga sono state date diverse traduzioni: collegare, unire, legare insieme i fili della mente; sostanzialmente mente e corpo si collegano in modo che siamo completamente presenti nel momento della nostra pratica. È stato anche tradotto come l’unione dello spirito individuale con l’Anima universale, l’unione del corpo con la mente e della mente con l’anima. Per raggiungere questo stato di “unione” possiamo percorrere diverse discipline di Yoga con sfumature e caratteristiche diverse, quella che è più diffusa qui in occidente è l’Hatha Yoga che utilizza molto le posizioni fisiche, corpo come strumento per ottenere benessere fisico, mentale, spirituale e per elevare la coscienza.

Se ci rifacciamo a uno dei testi classici dello Yoga tra i più famosi, gli “Yoga Sūtra” di Patañjali, gli asana (le posizioni fisiche dello Yoga) sono solo uno di ben 8 passi. Otto gradini che il praticante Yoga dovrebbe “salire”, seguire, per praticare davvero la disciplina dello Yoga.



Patañjali scrisse gli Yoga Sūtra circa 2500 anni fa e in essi spiega il metodo con cui una persona può evolversi e vivere in armonia con sé stesso.

Nei prossimi post vedremo a uno a uno tutti gli otto passi descritti da Patañjali.